Lo psicologo dalla parte del paziente (parte prima)

Forse diamo persino per scontato – ed è giusto che sia così – che lo psicologo sia dalla parte del paziente. In questo caso però mi riferisco espressamente a quando lo psicologo diventa il paziente. Ciò accade naturalmente durante l’analisi personale e corrisponde a esigenze cliniche (in quanto essere umano ogni psicologo ha dei sintomi che vanno curati) e di formazione. Tuttavia questo scambio di ruoli permette anche allo psicologo in formazione di immedesimarsi nel  futuro paziente e comprendere, per esempio, quanto sia imbarazzante rivelare a un perfetto estraneo un proprio segreto o disagio piuttosto che il timore  di non guarire o anche vissuti di per sè innocui ma per noi  molto intimi.Vi sono poi le contingenze della vita (malattie,  operazioni e altro) che ci obbligano, nostro malgrado, nel ruolo – indubbiamente meno gratificante – di   paziente. Ciò è quanto mi sta capitando (scrivo con l’iPad dalla mia stanza d’ospedale) a causa di un serio problema ortopedico. Superato il primo choc ho pensato che questa fosse una buona occasione per immedesimarmi  con i nostri pazienti (questa volta  ospedalizzati invece che ambulatoriali). Si tratta indubbiamente di un’esperienza caratterizzata da molti fattori (ben descritti in letteratura anche se – dalle mie ricerche – prevalentemente nel campo della pediatria e della psiconcologia). Intanto c’è il primo impatto costituito (anche nel caso di ricoveri volontari) dall’essere allontanati dalla propria quotidianità, dal proprio ambiente, dalla propria famiglia e da ruoli che finiscono con il costituire un importante ancoraggio dell’identità  personale. In questo senso anche il doversi spogliare dei propri vestiti borghesi rappresenta simbolicamente un elemento di vulnerabilità. Vi è poi la necessità di adattarsi ad un ambiente estraneo, dominato da regole nuove alle quali ci si deve adattare. Anche qui la regola può essere vissuta come garanzia di tutela dei diritti di ciascuno piuttosto che come l’emblema di imposizioni arbitrarie e sadiche. Non posso fare a meno di pensare al bellissimo Qualcuno volò sul nido del cuculo”  particolarmente significativo in questo senso.  In ogni caso l’ospedalizzazione comporta un certo grado di cessione (volontaria o meno) di autonomia e, in alcuni casi anche di autosufficienza.

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3 thoughts on “Lo psicologo dalla parte del paziente (parte prima)

  1. Sweet Poison ha detto:

    In bocca al lupo!

  2. Karen Y. ha detto:

    E’ vero, il fatto è che si passa da persona con una propria vita, allo stato di paziente. E questo è un “trauma”. Manca la privacy, mancano le abitudini, ci si spoglia dei propri abiti e si indossano quelli da paziente, e questo è un’altro dei segnali che ci pongono di fronte al fatto che “stiamo male”. Un altro posto, altre persone, la “solitudine”. L’argomento è molto interessante ed io forse non sono nemmeno in grado di affrontarlo. Ho studiato qualcosa all’università, proprio sull’argomento e mi sento di consigliare due film : Un uomo, un medico e La forza della mente. Il secondo è un film molto forte, credo difficile da digerire, almeno io lo sto ancora digerendo, nonostante l’abbia visto qualche anno fa’. E’ passato del tempo anche da questo post, spero che tutto si sia risolto e in bocca al lupo 😉

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