Cose che ho imparato sui pazienti (per fortuna non troppo tardi)

Una delle esperienze più importanti e che mi hanno insegnato di più nella mia carriera si è verificata in una circostanza  non clinica nel senso di un episodio (per quanto particolare) della  vita quotidiana (un po’ “psicopatologia della vita quotidiana”, per così dire). Avevo iniziato gli studi all’Università di Padova da circa un anno e tornavo in metrò dalla psicoterapia (percorso allora non obbligatorio ma caldamente consigliato ai futuri terapeuti) con la borsa carica di libri di Freud. Ad una fermata sale un signore (che chiameremo Giovanni),  sulla quarantina,  modestamente vestito ma non trasandato  che, in evidente stato di agitazione psicomotoria, prende letteralmente in ostaggio il convoglio della metro avvicinando le mani  minacciosamente alle facce dei passeggeri,  insultandoli pesantemente e  parlando in modo inconsulto di complotti, di microspie ecc. Le persone sul convoglio sono letteralmente paralizzate, non sanno cosa fare e, quando cercano di scendere, si vedono bloccare il passo per cui battono in ritirata sui sedili. Chi vuole salire invece è più fortunato e si  guarda bene dal farlo perché all’apertura delle porte Giovanni si mette a sputare sulla folla in attesa sulle banchine. Io mi sento divisa tra il “dovere” di intervenire e risolvere la situazione e una parte – decisamente più sana – di me che si rende conto della mia inesperienza assoluta. In questa situazione di stallo completo sale una signora di mezz’età (che chiameremo Maria) carica di sacchetti della spesa. A questo punto accade una cosa totalmente inaspettata:  la signora dice ‘Giovanni cosa ci fai qui? Come stai?’- Giovanni miracolosamente diventa un altro e, in tono del tutto civile, risponde: “sono andato in ospedale a trovare mia mamma che non sta bene”. E inizia a chiacchierare con la Sig.ra Maria.  A questo punto dentro di me si fa chiara un’ipotesi clinica: si tratta di una persona  – probabilmente affetta da psicosi – con una simbiosi con la mamma che però è minacciata dalla malattia di quest’ultima  per cui Giovanni ha paura del mondo e, per difendersi,  spaventa il mondo. A questo punto vedo Giovanni con occhi nuovi  e più comprensivi, lo sento più vicino a me. mentre rifletto quasi non mi accorgo che Maria è scesa alla sua fermata e… Giovanni ricomincia esattamente come prima a gridare e sputare.

Ebbene dico che questa situazione mi ha insegnato tanto perché mi ha fatto capire che non esiste una netta differenza tra sano/malato, che anche in una persona con un evidente importante disagio mentale possono permanere aspetti sani e  che, in alcune circostanze, essi possono emergere chiaramente. Che a seconda dell’atteggiamento si ottengono reazioni bene diverse (terapeutiche o anti-terapeutiche)  e, soprattutto, l’umiltà di imparare non solo dai libri ma da chiunque – a volte i pazienti stessi – gestisca una situazione meglio di noi.

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